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Il più grande equivoco del calcio: credere che Messi possa essere Maradona


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Pubblicato nella sezione Altre notizie
Il più grande equivoco del calcio: credere che Messi possa essere Maradona
© foto di Image Photo Agency

Diego Armando Maradona e Lionel Messi, un paragone che si ripete costantemente. La discussione intorno ai due fuoriclasse argentini è più ampia e profonda.


Da quando il calcio esiste e da quando mi capita di seguirlo, da appassionato prima, da match analyst e giornalista poi, attraversando quasi 50 anni di pallone, esistono confronti che il calcio alimenta da sempre. Pelé o Maradona. Cruijff o Beckenbauer. Di Stefano o Garrincha. Discussioni infinite, capaci di attraversare le generazioni e di riaccendersi ogni volta che un fuoriclasse sembra avvicinarsi all'Olimpo dei più grandi.


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Il paragone tra Maradona e Messi

Da match e data analyst, che per impostazione tende a mettere a confronto calciatori con metriche avanzate per misurarne i dati e per valutarne le prestazioni, i confronti sono all’ordine del giorno.  Tuttavia, esistono confronti che, almeno per alcuni, sono destinati a non trovare mai una sintesi, non perché manchino i dati, i trofei o le statistiche, ma perché appartengono a due dimensioni differenti. Una misura il rendimento sportivo. L'altra racconta l'impatto che un uomo è riuscito ad avere sull'immaginario collettivo. È qui che, secondo questa lettura, il paragone tra Diego Armando Maradona e Lionel Messi si interrompe. Messi rappresenta una delle più alte espressioni tecniche che il calcio abbia mai prodotto. È probabilmente il calciatore più continuo, più efficiente e più completo dell'era moderna. I suoi numeri sono vertiginosi, il suo palmarès sembra scritto da uno sceneggiatore troppo ottimista per essere credibile. Ogni generazione ha avuto il proprio fuoriclasse, quella attuale ha avuto Messi. Ma Diego Armando Maradona non appartiene soltanto alla storia del calcio, appartiene alla storia degli uomini. Per comprendere davvero questa differenza bisogna smettere di contare gol, assist e Palloni d'Oro. Bisogna tornare a un tempo in cui il calcio non era ancora completamente governato dagli algoritmi, dalle heat map, dagli expected goals e dalle analisi predittive. Un tempo in cui il talento veniva misurato soprattutto dalla capacità di cambiare il destino di una partita e, qualche volta, quello di un'intera comunità.


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LA MEMORIA STORICA

Quando Diego arrivò a Napoli nell'estate del 1984, il calcio italiano era il campionato più duro del pianeta. Questo si traduceva anche nel fatto che ogni domenica ti capitava di affrontare i migliori difensori del mondo, in un'epoca in cui il contatto fisico era parte integrante del gioco. I grandi fantasisti convivevano con marcature feroci, interventi che oggi sarebbero quasi sempre puniti con il cartellino rosso e una tutela arbitrale molto più limitata di quella attuale. In quel contesto Maradona non chiese mai protezione. Pretese soltanto il pallone e con quel pallone fece qualcosa che, ancora oggi, appare difficilmente spiegabile attraverso la sola tecnica, trasformando l'impossibile in consuetudine. Napoli, fino ad allora, era una città che viveva il calcio come un eterno inseguimento delle grandi potenze del Nord. Il divario economico sembrava incolmabile, le differenze strutturali ancora di più, fino a quando arrivò Diego, che cambiò il linguaggio prima ancora della classifica. Fece comprendere a un popolo che il destino non è una condanna, ma una sfida. È questa, probabilmente, la sua prima vera grande impresa.

Perché prima ancora dei due Scudetti, della Coppa UEFA e delle pagine leggendarie scritte allo stadio San Paolo, Maradona aveva già conquistato qualcosa che nessun trofeo può certificare: la fiducia di un'intera città, Napoli, che non vedeva semplicemente il proprio numero dieci, vedeva finalmente se stessa. Ogni dribbling era un gesto di rivalsa, ogni contrasto vinto sembrava ribaltare gerarchie sociali prima ancora che sportive, ogni gol diventava il simbolo di una dignità finalmente riconquistata. È per questo che parlare di Maradona significa inevitabilmente uscire dai confini del calcio. Diego è stato contemporaneamente atleta, simbolo popolare, fenomeno culturale e figura politica nel senso più ampio del termine. Non perché ricoprisse incarichi istituzionali, ma perché scelse di esporsi, di prendere posizione, di non vivere mai nella rassicurante neutralità concessa ai grandi campioni. Era impossibile restare indifferenti davanti a lui, lo si amava, lo si criticava, lo si idolatrava. Ma nessuno riusciva a ignorarlo.

Lionel Messi, invece, ha costruito una carriera profondamente diversa. Cresciuto in un'organizzazione calcistica d'eccellenza, ha rappresentato la perfezione tecnica del calcio contemporaneo. La sua grandezza è stata quella di trasformare l'eccezionale in quotidiano, facendo sembrare semplici giocate che semplici non sono mai state. Il suo calcio è armonia, precisione, continuità. Quello di Maradona era, prima di tutto, emozione, ed è proprio questa la parola che, forse più di ogni altra, separa i due universi. Perché ci sono calciatori che fanno alzare il pubblico in piedi per applaudire, e poi ci sono uomini che fanno piangere un popolo. Diego apparteneva a questa seconda categoria, non era soltanto il più forte, era il più vicino alla gente. Il suo linguaggio non era quello dell'infallibilità, ma quello della condivisione. Cadeva e si rialzava come milioni di persone comuni. Non costruiva l'immagine di un eroe irraggiungibile. Viveva con tutte le sue contraddizioni, mostrando debolezze e forza nella stessa misura. È anche per questo che la sua storia continua a parlare a chi non lo ha mai visto giocare, perché le leggende sportive non sopravvivono grazie ai video, ma grazie alle emozioni che riescono ancora a trasmettere. E Diego, a distanza di decenni, continua a emozionare come pochi altri nella storia dello sport.

IL PESO DELLA MAGLIA, IL PESO DEL MONDO

Esiste una fotografia, impressa bene nella memoria di chi come me ha avuto la fortuna e il privilegio di osservarne le gesta anche da vicino, che racconta meglio di qualsiasi tabella statistica la differenza tra due epoche. Diego Armando Maradona circondato da quattro, cinque, talvolta sei avversari. Maglie tirate. Calcioni alle caviglie. Gomiti. Entrate da dietro. Marcature che oggi sarebbero considerate oltre il limite della regolarità. Eppure, il pallone restava incollato al suo sinistro, continuava a sfidare chiunque, continuava ad andare controcorrente. Era il calcio degli anni Ottanta, un calcio nel quale il talento offensivo veniva spesso lasciato solo contro la durezza degli avversari. Gli arbitri interpretavano il gioco secondo criteri profondamente diversi da quelli odierni e molte situazioni che oggi porterebbero all'espulsione, allora venivano considerate parte della battaglia agonistica.

Questo non diminuisce il valore di chi gioca oggi, ma rende estremamente difficile sovrapporre le due epoche come se fossero identiche. Lionel Messi ha espresso il suo immenso talento in un calcio forse più veloce, più organizzato tatticamente e più evoluto sotto il profilo atletico, ma con difese e difensori molto meno attenti. Allo stesso tempo, però, gli attaccanti sono stati progressivamente tutelati da regolamenti e interpretazioni arbitrali pensati per valorizzare il gioco tecnico e limitare gli interventi pericolosi. Maradona visse invece un'altra realtà. Per lui ogni domenica sembrava una prova di sopravvivenza, eppure non chiedeva protezione, non cercava scorciatoie, pretendeva soltanto di poter continuare a giocare. Ed è probabilmente anche questo ad aver alimentato la sua leggenda, il fatto che il suo calcio aveva il sapore della sfida continua. Ogni dribbling sembrava una dichiarazione di libertà, ogni accelerazione era un atto di ribellione contro chi pensava che il talento potesse essere fermato con la forza. Ma c'è un'altra differenza, ancora più sottile. La differenza tra il fuoriclasse e l'icona. Se infatti da un lato Messi ha spesso dato l'impressione di vivere il calcio come una missione tecnica, con una leadership prevalentemente silenziosa, affidata ai gesti, ai gol, alle giocate, un modo di essere che taluni hanno apprezzato proprio per la sobrietà e la discrezione, dall’altro Maradona sembrava incapace di separare il campo dalla vita. Giocava con il cuore prima ancora che con i piedi, ogni partita diventava una questione personale, specie quando il Napoli affrontava le grandi del Nord. Diego non vedeva soltanto undici avversari, ma nella percezione di molti tifosi, vedeva il riflesso di un'antica contrapposizione sociale e culturale e decideva di affrontarla con l'unica arma che conosceva, il pallone.

Per questo, ancora oggi, a Napoli il suo ricordo non è soltanto quello di un campione, è quello di un uomo che fece sentire una città finalmente alla pari con il resto del Paese, in una dimensione che va oltre lo sport. Ed è qui che il confronto con Messi cambia inevitabilmente natura. Perché il capitano dell'Argentina campione del mondo del 2022 ha regalato emozioni immense al proprio popolo e ha finalmente completato una carriera straordinaria con il trofeo che gli mancava. Nessuno potrà cancellare quella pagina di storia. Ma Maradona, nell'immaginario di milioni di persone, aveva rappresentato qualcosa di diverso, non soltanto la vittoria. L'identificazione, il riscatto, l'appartenenza. Diego sembrava giocare con la rabbia di chi voleva dimostrare che nessun potere, nessuna gerarchia e nessun pronostico fossero davvero invincibili. Era un leader che si caricava sulle spalle il peso delle sconfitte, non si nascondeva, e anzi chiedeva il pallone quando tutti gli altri cercavano un rifugio. Voleva essere lui a decidere il destino della partita, assumendosi il rischio del fallimento, e anche fuori dal campo il suo carattere rimase fedele a quella logica. Espose opinioni, denunciò situazioni che riteneva ingiuste, criticò istituzioni e potenti del calcio, autentici vaticini visto ciò che poi accadde in seguito e accade tuttora. C'è chi considera questo atteggiamento una delle ragioni per cui fu una figura scomoda, spesso trattata con particolare severità. Altri interpretano diversamente quegli stessi eventi. In ogni caso, la sua propensione a esporsi pubblicamente è parte integrante del personaggio e della sua eredità. Messi ha scelto un percorso quasi opposto, più riservato, più istituzionale, più incline a lasciare che fosse il campo a parlare. Due modi diversi di essere leader, due modi diversi di abitare la fama. Ed è forse questa distanza caratteriale a rendere il confronto tanto acceso.

Per molti, Messi rappresenta la perfezione tecnica, Maradona rappresenta l'imperfezione umana trasformata in poesia calcistica. Perché Diego non trasmetteva soltanto ammirazione, trasmetteva partecipazione. Quando esultava, sembrava che esultasse un intero quartiere, quando cadeva, sembrava cadere una città e quando sorrideva, milioni di persone sorridevano con lui. E’ difficile immaginare una definizione più potente di quella parola che accompagna ancora oggi il suo nome: Popolo. Forse nessun altro calciatore è riuscito a diventare, nello stesso tempo, il sogno di chi giocava per strada, il simbolo di una città e il volto di una rivincita collettiva. Per questo motivo, secondo la tesi di questo editoriale, il confronto tra Messi e Maradona non può esaurirsi nei numeri. Perché i numeri raccontano quanto è stato grande un campione, ma la storia, specie quando l’hai vissuta per poterla raccontare, qualche volta, racconta qualcosa di ancora più raro. Racconta quando un uomo smette di appartenere soltanto allo sport e diventa patrimonio della memoria collettiva.

L'UOMO, IL MITO E L'ETERNITÀ

Forse la distanza più profonda tra Diego Armando Maradona e Lionel Messi non si misura con un pallone tra i piedi. Si misura davanti a uno specchio e questo perché il vero spartiacque, per chi ha amato visceralmente Diego, non è soltanto il campione, è l'uomo. Maradona non ha mai cercato di apparire perfetto. Non lo è stato e non ha mai chiesto di esserlo. Ha conosciuto il successo assoluto e l'abisso più doloroso. Ha attraversato la gloria e la dipendenza, l'adorazione e la solitudine, il trionfo e la caduta. Ma c'è una qualità che persino i suoi detrattori difficilmente gli negano: non nascose mai le proprie ferite. Quando la sua vita deragliò, non costruì una narrazione rassicurante. Non si rifugiò dietro comunicati preparati, immagini perfette o silenzi strategici. Disse al mondo di aver sbagliato, raccontò la sua dipendenza, ammise la propria fragilità, provò a rialzarsi. Cadde ancora e ricominciò ancora. C'è un coraggio particolare nel confessare le proprie debolezze davanti a milioni di persone, che è un coraggio diverso da quello necessario per affrontare un difensore. È il coraggio di chi accetta di essere giudicato pur di non smettere di essere autentico, ed è forse questa autenticità ad aver trasformato Diego in qualcosa che va oltre il campione. Perché la gente non si riconosce nei supereroi invincibili, si rivede negli uomini che combattono e Maradona era uno di loro. Con tutti i suoi eccessi, con tutte le sue contraddizioni, con tutte le sue cadute. e proprio per questo, per molti, infinitamente più vicino.

Nel corso degli anni, compagni di squadra e numerosi avversari hanno raccontato un uomo capace di difendere il gruppo, di assumersi responsabilità enormi e di proteggere chi gli stava accanto. Il suo carattere poteva essere impetuoso, ma il ricordo umano che molti protagonisti del calcio hanno lasciato di lui è spesso segnato da affetto e riconoscenza. Anche il suo rapporto con il potere contribuì a definirne la figura pubblica. Maradona parlava. Sempre, talvolta troppo. Attaccava istituzioni, criticava dirigenti, prendeva posizione su temi politici e sociali, esponeva convinzioni che altri preferivano non manifestare. Per alcuni questo ne fece una figura scomoda; per altri fu semplicemente l'espressione di una personalità incapace di separare il campo dalla vita. Qualunque sia il giudizio, è difficile negare che Diego abbia scelto di vivere la notorietà senza rinunciare alla propria voce. Messi ha incarnato un modello differente. Più misurato, oseremmo dire più democristiano, certamente più riservato e comodo. Più concentrato sul linguaggio universale del campo. Ma il punto centrale di questo insostenibile e insensato confronto non è stabilire chi abbia dribblato meglio, segnato di più o vinto più trofei. Il punto è chiedersi che cosa rimane quando il rumore degli stadi si spegne. Di Messi resteranno, giustamente, immagini straordinarie, gol impossibili, assist visionari che hanno disegnato una carriera che ha ridefinito l'eccellenza tecnica.

Di Maradona resterà anche altro. Resterà una città che ancora oggi pronuncia il suo nome con commozione. Resteranno bambini diventati uomini raccontando ai figli dove si trovavano il giorno in cui Diego sfidò l'impossibile. Resteranno le lacrime di un popolo che, attraverso quel numero dieci, sentì di poter guardare il mondo negli occhi senza sentirsi inferiore a nessuno. Per questo motivo, chi considera il calcio soltanto una successione di risultati probabilmente continuerà a trovare nel confronto tra Messi e Maradona un esercizio statistico. Chi invece considera il calcio anche memoria, identità, emozione e appartenenza, continuerà a vedere in Diego qualcosa che sfugge a qualsiasi algoritmo. Perché i record, prima o poi, vengono superati. I Palloni d'Oro finiscono nelle bacheche. Le classifiche cambiano. I numeri vengono riscritti. I miti, invece, attraversano il tempo ed è qui che, per chi sostiene questa visione, il confronto si conclude e si estingue. Lionel Messi rimarrà uno dei più grandi calciatori della storia. Diego Armando Maradona rimarrà qualcosa che il calcio produce una sola volta. Non soltanto un fuoriclasse, non soltanto un capitano, non soltanto un campione del mondo, ma molto altro. Un simbolo capace di unire tecnica e poesia, talento e ribellione, fragilità e coraggio, vittoria e riscatto. Perché ci sono giocatori che fanno vincere le partite, ci sono campioni che cambiano la storia di un club.

E poi, rarissimamente, nasce qualcuno che riesce a cambiare il modo in cui milioni di persone guardano se stesse. È questa, per molti, la vera eredità di Diego Armando Maradona. Ed è per questo che, ogni volta che qualcuno prova a ridurre il suo mito a una somma di statistiche o a un confronto aritmetico con qualsiasi altro campione, la risposta continua a essere la stessa. I fuoriclasse si confrontano. Le leggende si ricordano. Gli dei, semplicemente, appartengono all'eternità.


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Alessandro D'Aria
Match Analyst e Football Data Analyst certificato ed abilitato alla professione. Giornalista pubblicista iscritto all'ODG Campania, a fine anni '90 ha seguito da vicino il Napoli, sia Primavera che prima squadra.
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